Tutto quello che non va con la bilancia

Prima o poi tutti saliamo su una bilancia. Chi per un motivo, chi per un altro, viene a contatto con questa preziosa invenzione. Gli articoli di solito a questo punto, per allungare il brodo, iniziano un excursus storico sull’oggetto in discussione; sinceramente non mi va né di ricercare la storia della bilancia, né mi interessa saperlo e interessa saperlo a voi ai fini del messaggio che voglio darvi.
Quindi tagliando corto vi dico di prendere la bilancia e liberarvene al più presto. Perché? Molto semplice. La sua utilità è applicabile solo a misurazioni oggettive della realtà ( e qui bisogna vedere quanto è precisa ), mentre per quanto riguarda la vostra autostima non ha alcuna reale applicazione.

La bilancia non vi comunica nessun dato reale, ma solamente una misurazione della realtà. Nonostante ciò, non significa che ci si può affidare a questo strumento quando si parla di aspetto fisico, salute, o quant’altro.
Partiamo dal più semplice degli esempi. Quando dovete misurare un vestito, qual è il gesto più ovvio? Semplicemente indossarlo. Non salite sulla bilancia, perché a parte misurare la forza con la quale il pianeta terra esercita un’attrazione sul vostro corpo – espressa in Kg se vivete in Europa come me – non può dirvi nulla di utile.

Andiamo avanti. Nessun medico vi prescriverebbe alcun farmaco o terapia sulla base del vostro peso. E non esiste nessuna diagnosi di patologia reale che si effettui attraverso la bilancia. Ok, l’obesità è un fattore di rischio per la maggior parte delle malattie croniche della nostra epoca, ma qui si parla di casi borderline ( estremi ); nonostante ciò si può essere obesi e non presentare alcuna alterazione dei parametri fisiologici ( alcuni sport come il Sumo prevedono forme fisiche in chiaro sovrappeso ).

E per terminare giungiamo al nocciolo della questione: l’autostima e l’immagine di sé. Molte persone lasciano che la loro autostima sia influenzata da un numero che appare su una bilancia. La mia domanda è: perché? Non ha alcun senso logico.
Riconoscete questo: la bilancia misura quella parte di realtà che è stata creata per misurare, ma non vi da una percezione di come la vostra immagine fisica, di come il vostro corpo, viene percepito da voi e soprattuto dagli altri. Tuttavia quasi tutti si lasciano influenzare da quel numero.
E per farvi capire che il numero sulla bilancia non conta niente, vi faccio pensare a una cosa. Quante volte avete visto due persone con lo stesso peso o peso simile che però sembravano totalmente diverse. E’ questo il punto: lo sono!
L’altezza di una persona, e quindi tutti i rapporti tra le lunghezze delle varie ossa, la composizione della massa ( massa magra contro massa grassa ) sono fattori cruciali nell’aspetto di una persona.

Il miglior metodo per valutare la vostra apparenza è lo specchio, e nemmeno in quel caso si può essere sicuri al 100%.
Il messaggio, per concludere, è questo. Non esternalizzate la vostra autostima. Non permettete ad oggetti di dettare come percepite il vostro corpo.

Peace.

Lettera a me stesso

Iniziai questo blog perché sentivo la necessità di comunicare quello che sapevo. E’ una circostanza un po’ triste dal momento che si dovrebbe poter fare questo con le persone; nel mio caso invece ho dovuto o forse voluto, optare per una piattaforma online da bravo figlio della generazione Y.
Nel corso dei due anni circa in cui è rimasto aperto, a tutti – nonostante contenesse anche riflessioni piuttosto personali – ho sperato a fondo che in qualche modo avessi un riscontro di un qualche tipo. Speravo che qualcuno in qualche modo notasse quello che stavo condividendo e in qualche modo potesse trarne benefico, oppure potesse arrivare a voler discutere di particolari aspetti scientifici di un argomento trattato.
Diciamo che non c’è stato niente di tutto ciò, in linea di massima. O almeno, c’è stato, ma non nel modo in cui mi aspettavo.
A quel punto questo blog è diventato solamente un diario personale dove sviluppavo le idee che prendevo costantemente da qualsiasi input di tipo informazionale avessi dalla rete, la mia principale fonte di informazione.
Per un certo periodo ero arrivato a impormi la regola di pubblicare almeno un piccolo articolo ( o pensiero ) su un argomento diverso.

Ho mantenuto questa promessa, come tutte le altre che avevo fatto a me stesso per più tempo possibile.

Mi ha sempre lasciato perplesso il modo di vivere un po’ YOLO. Vivi e prova qualsiasi cosa, non perdere nessuna occasione per essere te stesso nel mondo, in qualsiasi circostanza. Come se essere sempre e comunque presente ( anche se nessuno di noi possiede il dono dell’ubiquità ) fosse la chiave per vivere veramente.
Durante l’adolescenza, specialmente durante l’estate, trionfo di giovinezza in atto, a volte mi capitava di essere indeciso sul rimanere a casa o uscire la sera, dopo giornate spese con gli amici a far niente e diverse partite di calcio.
La sensazione impellente che se fossi restato a casa avrei perso qualcosa non mi abbandonava. Puntualmente uscivo e non cambiava niente o almeno, la variabilità rispetto alle circostanze non era niente di esaustivo.
E’ un po’ come trovarsi al primo piano di un palazzo che ha infiniti livelli sopra di questo, e ognuno di essi, compreso il primo, ha infinite stanze.

Continuavo imperterrito a vagare nelle stanze del primo piano, quando alla fine dei conti rimanevo comunque esattamente dove ero prima. Forse quello non era il mio modo di scoprire me stesso. Probabilmente non sarei cambiato molto come persona, non avrei scoperto nulla rimanendo lì.

A quel punto decido di cambiare registro. Mi succede qualcosa a 21 anni. Lo attribuisco sempre al fatto che ho smesso di andare a dormire troppo tardi, ma chissà se non sia stato qualcos’altro.
Inizio a vedere le cose in modo differente. Capisco che in quelle stanze del primo piano ci sono delle scale.
Il problema delle scale è che cambiando piano ogni volta, si cambia quasi sempre scenario.
A 21 anni ho deciso di dedicare me stesso a un’idea. L’automiglioramento. Spingere ogni limite di quanto il mio corpo e la mia mente potessero fare in seno a ciò che amavo più fare.
Quanto si può amare una passione? Qualcosa di immateriale che può ricambiarti solo sotto forma di narcisistici progressi personali.
Alla domanda non so rispondere sinceramente, anche perché non ho incontrato nessuno nella mia vita che vivesse nello stesso modo in cui avevo deciso io di vivere.
Ed era anche il modo con cui traducevo il significato del mio esistere in questa vita. Pura e assoluta devozione spirituale.
Molte volte non c’è bisogno di una chiesa, o di un luogo di culto. Il punto 0 è ovunque la nostra testa decide.
Se non hai un edificio, vivi sempre in maniera devota e sei in ogni momento la versione chirichetto di te stesso. Questo significa devozione.

Tirando le somme, dopo circa cinque anni, devo dire che è stata una bella avventura. Sono sicuro che in futuro difficilmente potrò tornare in quel mindstate. E’ impossibile. Tutti gli uomini hanno bisogno di relazionarsi in maniera efficace col prossimo e con ciò riuscire a sacrificare parte di sé stessi per queste.
Il sacrificio reciproco porta al legame.

Che legami può avere una persona che è completamente sacrificata ad un’idea? Non ho faticato a trovare la risposta. Nessuna.
” In those lonely roads ” come la canzone dei The Red Jumpsuit Apparatus. Ho imparato delle cose fondamentali, ma tra le cose che non voglio più condividere con un pubblico ipotetico, ci sono altre che invece potrebbero essere importanti per qualunque anonimo viaggiatore finisca a leggere questo sproloquio:

– Il successo è un insieme di circostanze. Non ha niente a che vedere, alcune volte, con il duro lavoro e la dedizione. Io sono l’esempio lampante di come TUTTE le circostanze sbagliate possano negare il successo ad una persona con una devozione incorruttibile.

La devozione paga in altri modi, non con il successo. Quella è solo una felice circostanza che può verificarsi anche senza la prima.

Ho dovuto distruggermi nella solitudine e nella follia della mia ossessione per imparare chi ero. Forse buttarsi nel mondo è più facile: puoi guardare qualcosa che non sai se vuoi veramente vedere con altre persone, un po’ come guardare un horror senza sapere se ci farà paura o meno.
Farlo da solo a volte fa molta paura, a tratti è incredibilmente eccitante. Ciò che sperimentate è qualcosa che rimarrà solo vostro, per sempre.

Voglio chiedere scusa alla devozione e all’Idea. Scusa se ti ho mollato e scusa se ho deciso di voler tornare al mondo reale.
Penso tu meriti più del rispetto che un patetico scemo come me possa darti. Ho bisogno forse di una vita canonica, regolare, fatta di quelle cavolate che tutti definiscono “vita vissuta a pieno”.
Ed è difficile pensare che certe sensazioni e quello stato mentale non potrò provarlo mai più.
Sono un debole, non riesco a sare da solo. Anche se adesso ritornare a vivere con gli altri non mi entusiasma più di tanto. Ci vorrà un po’ prima che mi abitui di nuovo.

Però non preoccuparti. Non dimenticherò quello che ho imparato nel nostro viaggio insieme. E voglio essere chiaro: non tornerò.
Non lo farò perché questo è stato il tempo GIUSTO per dare tutto me stesso ad un concetto astratto. Perché ora è il momento di vivere in modo diverso.
Ti dovrò esorcizzare da molti luoghi e dovrò trattarti male per farti andare via. Tu però che cazzo ne sai, sei solo un’idea.
Il dispiacere l’ho provato solo io. L’amarezza l’ho provata solo io. E anche la maledetta solitudine.

Ce la farò a fare tutto questo. Perché me l’hai insegnato tu che non importa quanto sia pesante il carico, prima o poi lo sposti.

Custodirò gelosamente il tuo ricordo e il tuo onore, in un angolino remoto della mia coscienza. Al riparo da ogni giudizio, come quelli che ti hanno logorato nel tempo. Al riparo dalla nostalgia.

Mi ricordo che l’avventura è iniziata con questo titolo:

” Sisyphus shock the world ”

Se casomai dovessi tornare a leggere queste parole, voglio ricordare ogni singolo momento di questi cinque anni. Cinque anni che ho passato lontano da questo mondo, in un universo distante.
Non dimenticare Anto’.

E con questo titolo diamo anche conclusione a questo Blog.

” Sisyphus has gone “

Differenza tra circostanze e risultato

Non avevo niente di meglio da fare e quindi ho deciso di scrivere questa riflessione che ho fatto qualche mese fa.

Si arriva ad un punto della nostra vita, dove sorge spontanea una domanda: ” e se? ”

Quello che viene dopo quel se varia da persona a persona.
” E se avessi deciso di spendere quei soldi? “; ” E se avessi accettato di uscire con quella persona? “; “E se avessi lavorato di più?”. Sono tutti esempi plausibili.
Si arriva ad un punto della nostra vita dove è inevitabile guardare quello che altre persone hanno raggiunto, ottenuto, perso, subito e in base ad un’attenta e intima elaborazione di questi dettagli si tirano le somme del bilancio corrente della nostra vita.

Molto spesso però sorge una sostanziale confusione tra il bilancio che facciamo e la realtà oggettiva: una differenza che ci porta un conflitto interiore che invece non dovremmo avere.

Mi sono accorto che quando si agisce nella vita, ogni volta che si effettua una scelta o che si prende una decisione, inevitabilmente qualunque cosa viene influenzata da essa compreso noi stessi.
C’è però una distinzione da fare, una linea sottile che divide quello che ne viene da queste nostre scelte: delle circostanze e dei risultati.

Le circostanze sono il frutto dell’adattamento dell’ambiente alla nostra decisione, non importa quanto piccola o insignificante che sia. Ad esempio se scegliamo di trovarci un certo lavoro invece di un altro, l’ambiente inevitabilmente si adatterà a questa nostra scelta. Ovviamente contano anche le scelte di ogni altra persona, e tutte insieme contribuiranno a definire le circostanze.
Non possiamo fare molto per cambiare le circostanze, a meno che non decidiamo di agire in base ad esse: se decidiamo di accettare un lavoro di un certo tipo, sappiamo già di andare in contro a una vasta serie di conseguenze ( buone o cattive ), che non sarebbero sorte nel caso non avessimo scelto quel lavoro.
Continuando, il nostro comportamento all’interno di quel determinato ambito contribuirà a definire dinamicamente le nostre circostanze.

Il risultato invece è quello che diventiamo noi compiendo quell’azione. Se per esempio noi dovessimo commettere un furto, le circostanze potrebbero variare a seconda di come l’ambiente reagisce ( finiremo in prigione? No? Verremo uccisi da qualche super-boss della malavita? ). Noi però come cambiamo dopo aver rubato? E’ proprio questo il punto. Ovviamente avrà un’influenza su di noi questo gesto, contribuirà a definirci come persone.

Tra circostanze e risultati ovviamente esistono dinamiche complesse che è impossibile dettagliare a tavolino in un articolo che probabilmente non leggerà nessuno su internet… però ci sono; basti pensare a come cambiano i nostri gusti nel corso della nostra vita: probabilmente non scegliereste il gelato al pistacchio a vent’anni come l’avreste fatto invece a tredici ( troppo artificiale come sapore ).

Ho imparato che verrai probabilmente giudicato e valutato e “conosciuto” prima di tutto per le tue circostanze, dalle persone. Detective improbabili di tratti estranei che sono solo una copertina infedele del contenuto: un po’ come trovare delle pubblicazioni scientifiche all’interno della copertina del “Cioé”.

Sono tutti troppo impegnati e distratti per accorgersi di chi tu realmente sia: il risultato di te stesso. Però meglio vivere per il risultato che esistere per le circostanze.

Chi utilizza steroidi ha comunque il merito dei suoi risultati?

Articolo sulla falsa riga di quello che scrissi riguardo il fatto che allenarsi o meno non facesse alcuna differenza se si utilizzano steroidi anabolizzanti.

Questo articolo sarà piuttosto lungo e abbastanza impegnativo a livello scientifico, quindi se stai laggendo prenditi dieci minuti di pausa e concentrati.

Prima di tutto c’è bisogno di un contesto. Dato che mi occupo prevalentemente di Resistance Training, il contesto sarà proprio questo: l’allenamento in palestra, l’allenamento con i sovraccarichi e tutto ciò che riguarda questo circolo.

I punti che tratto in quest’articolo sono principalmente risposte alle domande che tutti si fanno, e sono scomodissime per chi fa uso di steroidi anabolizzanti:
Chi utilizza steroidi e non si allena, ha comunque dei miglioramenti?
Che differenza c’è tra il processo allenante di chi fa uso di steoridi e di chi non assume sostanze esogene?
Quanto merito si può attribuire alle persone che fanno utilizzo di anabolizzanti, sui loro progressi?

Inoltre, vorrei anche fare delle considerazioni etiche riguardo all’utilizzo degli steroidi anabolizzanti, dato che un’argomentazione spesso usata da queste persone è ” perché guardi quello che faccio io, invece di fare il meglio che puoi fare per te stesso? ”
Partiamo però prima di tutto dalla scienza.

E’ stato dimostrato che dosi soprafisiologiche di testosterone enantato, soministrato a maschi adulti, producesse in cinque mesi incrementi di massa magra e diminuzioni di massa grassa fino ad un estensione di 9kg guadagnati e 1.1kg persi ( rispettivamente massa magra e massa grassa ).
La dose somministrata in questo studio è di circa 600mg a settimana, e ai gruppi veniva appunto chiesto di non effettuare alcun tipo di attività fisica[1].

E’ un dato abbastanza consistente se consideriamo che queste persone erano eugonadal men, ovvero uomini che producevano già normali livelli di testosterone.
Tuttavia questa particolare caratteristica non ha alcuna rilevanza. Nel momento in cui si iniettano ormoni esogeni, si va ad azzerare la produzione endogena dell’asse di riferimento; se ci si inietta testosterone, i testicoli avranno una riduzione di volume e smetteranno di produrre l’ormone[2,3].

Quindi. Se il fatto di avere o meno livelli di testosterone iniziale NON incide sul punto della situazione che vogliamo fare, invece il fatto che l’unico testosterone in circolo in uomini che lo iniettano è appunto quello iniettato lo fa.

Ovviamente è un po’ riduttivo come approccio affermare ” l’unico testosterone che hai in circolo è quello esogeno, quindi si deve a quello tutto il merito dei tuoi progressi “, anche se non sbagliato dal punto di vista logico.

Ricordiamo che per quanto riguarda il Resistance Training anche le donne, che posseggono livelli di tesosterone praticamente nulli, sono capaci di incrementare la massa muscolare nel breve periodo tanto quanto gli uomini; l’unica differenza sta nella forza iniziale e guadagnata, di molto inferiore.

Bisogna capire come si sviluppa l’ipertrofia e come viene mantenuto il tono muscolare nelle persone. Il corpo umano gestisce un equilibrio omeodinamico tra reazioni anaboliche e cataboliche ( che mischiate vengono chiamate turnover ), e questo è il controllo centrale della dimensione muscolare.
Questa funzione viene espletata principalmente dall’mTORC[4], e dall’AMPK[5] ed è fondamentale nel discorso di gestione della massa magra.

L’altra funzione che incide è la segnalazione, ovvero lo stimolo allenante.

Quindi ricapitolando esistono due elementi da tenere in conto se vogliamo ragionare sulla domanda nel titolo dell’articolo. Gli steroidi influiscono su entrambe?

Un soggetto, uomo o donna, sano ha un livello base di tono muscolare che a seconda di fattori genetici e fattori esterni è definito.

Nel momento in cui si effettua allenamento con i sovraccarichi questo equilibrio viene alterato in diversi modi per poi raggiungere un nuovo punto, più alto, dove generalmente la massa magra è espansa ( adattata ).

L’unico contributo quindi all’aumento di massa magra in un natural è l’allenamento. In chi usa steroidi anabolizzanti, come abbiamo visto, la massa magra aumenta a prescindere. Questo significa che anche senza lo stimolo segnalatorio, l’equilibrio dinamico di base è accelerato di molto, favorendo quindi un’aumento di massa magra.

Studiando l’effetto dell’amministrazione di 200 mg/wk di Nandrolone in bodybuilders navigati ( quindi con anni di allenamento e possibilmente anche uso di AAS  alle spalle ), c’è stato comunque un incremento di massa magra in 8 settimane; la cosa interessante è che anche in questo studio non è indicato da nessuna parte il tipo di allenamento, cosa che fa pensare  – dato che in condizioni sperimentali, se somministrato, l’allenamento deve essere registrato sulla pubblicazione come variabile intergruppo – che probabilmente questi incrementi sono dovuti alla droga e basta[6]. Ovviamente questo effetto è visto anche in gruppi in cui è stato somministrato l’allenamento, ma con differenze non eccessive[7].

Sembra che durata e dosaggio siano delle varabili fondamentali, tuttavia non sembra assolutamente il caso dell’allenamento.

C’è un’ottima revisione pubblicata su Sport Medicine che è in grado di riassumere ogni aspetto dell’assunzione di AAS in ambito sportivo.

Questo è il link all’articolo completo.

Viene spiegato che gli AAS aumentano la forza dell’atleta anche a prescindere dall’allenamento anche se non elucida direttamente se o meno la risposta alla domanda che ci stiamo facendo.
Tuttavia mette in evidenza come chi assuma AAS abbia risultati maggiori dall’allenamento rispetto a chi non ne fa uso.

Sono arrivato ad una conclusione, una mia idea personale e soggettiva però basata su tutti i dati che vi ho linkato, sul quanto di meritato ci sia per un atleta che utilizza AAS.

– Allenamento individuale, risposta naturale 33,3%
– Allenamento individuale, risposta non-naturale 33,3%
– Equilibrio omeodinamico non-naturale ( dosaggio dipendente ) 33,3%

Ho assegnato ad ogni area un valore uguale. Ci sono delle considerazioni da fare ( ricordatevi dalla premessa che ho fatto riguardo la produzione endogena/esogena di testosterone – perché noi consideriamo solo quello e in dosaggi che sono minori a quelli che si vedono realmente negli sport -i miei ragionamenti sono fatti a favorire chi fa utilizzo di AAS; alla fine spiegherò il perché ).

La prima considerazione è che, come abbiamo visto, l’equilibrio omeodinamico dipende assolutamente dalla dose e dalla durata e da nessun altro fattore. Quindi maggiori saranno queste due, minori potranno essere i contribuiti dall’allenamento.

La differenziazione tra allenamento a risposta naturale e non naturale sta ad esempio nei tempi di recupero, capacità di sopportare i volumi. Eccedendo il proprio limite “naturale”, che qualunque professionista oculato avrà sperimentato ad un punto della sua carriera, si entra poi nel range della risposta non-naturale.

C’è da dire che ovviamente il valore uguale non riflette la realtà dinamica.

Un novizio avrà un valore vicino al 100% dall’allenamento naturale ( come meriti dei suoi progressi ) che nel momento in cui approccia all’utilizzo di AAS allora inizierà terribilmente a diminuire andando ad aumentare la percentuale degl altri due campi.

Sebbene a mio parere non ci sia una relazione lineare ( quindi con crescita moderata ), bensì parabolica tra l’inizio dell’utilizzo degli AAS e la relazione ipotetica tra questi campi, sempre a favore di chi ne fa uso però possiamo dire alcune cose.

Sicuramente si potrà convenire che più è avanzato l’atleta, maggiore il 33,3% dell’allenamento NN ( risposta non-naturale ) crescerà a sfavore del N ( risposta naturale ).
E si può anche fare un’altra considerazione, che è quella che prima o poi il contributo di N sparisce del tutto ( si arriva a fare degli allenamenti insostenibili senza AAS ).

A questo punto avremmo una situazione 50% e 50% circa tra le variabili rimaste.

Ovvero la metà sono benefici che l’atleta ottiene solamente iniettandosi ormoni esogeni, l’altra metà sono benefici che ottiene allenandosi in modi che non potrebbe utilizzare senza l’aiuto di quelle iniezioni esogene.

La mia conclusione logica è questa. Ora viene la mia opinione sulla faccenda.

E’ indiscusso che qualunque cosa di valore apprezzabile richieda lavoro, ma qui entriamo in un discorso di etica.
Una persona che si guadagna da vivere con il crimine organizzato sicuramente non starà tutto il giorno a gambe accavallate, probabilmente perderà anche ore di sonno per fare quello che fa, ma questo rende legittimo il suo guadagno?

Dal mio punto di vista no.

Molti a questo punto, applicano un errore di ragionamento chiamato logica della futilità: l’importante non è come, ma il risultato.
Trasportando questo nello sport ne viene fuori che qualunque esempio comparativo va a favore di chi usa AAS. Mi spiego meglio:

La domanda finale è ” allora dov’è la linea del limite? ”

E’ semplice: le regole esistono perché la collettività ha stabilito che la competizione si deve svolgere entro determinati parametri. Non ti piacciono le regole? Fuori dalla collettività.

E’ un po’ come il bambino che dice sempre ” vinco io ” e finisce per venire emarginato da tutti.
A tutti piace vincere e tutti vogliono avere la possibilità di farlo. Ora, in ogni caso, tutti competono alla pari comunque… se capite che intendo.

Per finre. Dal mio punto di vista il merito da attribuire alle persone che fanno utilizzo di AAS è nullo ( anche se per la logica che ho esposto prima varia da 0 a 33,3% ).

Peace.

Referenze:

[1] Testosterone dose-response relationships in healthy young men Shalender Bhasin, Linda Woodhouse, Richard Casaburi, Atam B. Singh, Dimple Bhasin, Nancy Berman, Xianghong Chen, Kevin E. Yarasheski, Lynne Magliano, Connie Dzekov, Jeanne Dzekov, Rachelle Bross, Jeffrey Phillips, Indrani Sinha-Hikim, Ruoquing Shen, Thomas W. Storer

[2] Effects of Chronic Testosterone Administration in Normal Men: Safety and Efficacy of High Dosage Testosterone and Parallel Dose-Dependent Suppression of Luteinizing Hormone, Follicle-Stimulating Hormone, and Sperm Production ALVIN M. MATSUMOTO

[3] Frederick C.W. Wu, Timothy M.M. Farley, Alexander Peregoudov, Geoffrey M.H. Waites, World Health Organization Task Force on Methods for the Regulation of Male Fertility, Effects of testosterone enanthate in normal men: experience from a multicenter contraceptive efficacy study*, Fertility and Sterility, Volume 65, Issue 3, March 1996, Pages 626-636, ISSN 0015-0282, http://dx.doi.org/10.1016/S0015-0282(16)58166-7.

[4] Bodine SC. mTOR signaling and the molecular adaptation to resistance exercise. Med Sci Sports Exerc. 2006 Nov;38(11) 1950-1957. doi:10.1249/01.mss.0000233797.24035.35. PMID: 17095929.

[5] AMPK: A Key Sensor of Fuel and Energy Status in Skeletal Muscle D. Grahame Hardie, Kei Sakamoto

[6] Hartgens, F. Van Marken Lichtenbelt,W. D. Ebbing,S. Vollaard,N. Rietjens,G. Kuipers,H. Body Composition and Anthropometry in Bodybuilders:Regional Changes due to Nandrolone Decanoate Administration JO  – Int J Sports Med DO  – 10.1055/s-2001-18679

[7] Phys Sportsmed. 2001 Jan;29(1):49-65. doi: 10.3810/psm.2001.01.316. Androgenic-anabolic steroid-induced body changes in strength athletes. Hartgens F1, Van Marken Lichtenbelt WD, Ebbing S, Vollaard N, Rietjens G, Kuipers H.

 

L’allenamento fisico nel calcio: critica integrale

Il testo a cui mi riferisco è questo.

E’ uno dei testi consigliati per la preparazione alla prova d’ingresso per l’ammissione al corso di Preparatore Atletico a Coverciano.

Dovrebbe trattare la parte che riguarda la metodologia di allenamento ed è prevalentemente indirizzato a laureati in Scienze Motorie ( come ribadito più volte nella prefazione ).

Letto il libro, mi sono sorte delle critiche da indirizzare a tutti i vari professionisti che si sono occupati della sua stesura.

Partiamo dalla critica principale: la generalità della trattazione.

Per quanto mi riguarda un testo indirizzato a dei laureati di SM si sarebbe potuto risparmiare grandemente alcuni capitoli.

  • Capitolo 1: Principi generali dell’allenamento
    Sinceramente inutile. Un laureato in SM che si rispetti o che quantomento abbia dovuto passare determinati esami, non può non conoscere i principi allenanti e almeno il datato modello di stress/risposta di H. Selye già in voga negli anni 50.
    Senza contare che questa è solo una base per quanto riguarda i principi allenanti, sicuramente da ampliare, ma non in modo così generico.
  • Capitolo 2: Le fonti energetiche
    Nelle facoltà di SM alcuni degli esami più importanti sono biochimica e fisiologia applicata al movimento. Rivangare concetti in questo modo, che dovrebbero essere insieme a quelli del capitolo precedente la base fondante della professionalità di un laureato sembra suggerire due cose: sfiducia nelle conoscenze medie dei laureati, oppure mossa editoriale per giustificare un prezzo più alto.
  • Capitolo 6: Il muscolo scheletrico
    Partendo dal presupposto che già la logistica in sé dei capitoli è fuori luogo ( andrebbe impostata prima l’anatomia, poi la fisiologia e poi magari si potrebbe parlare di principi allenanti ), questo è forse il più basilare di tutti, dato che riguarda trattazioni di anatomia e di fisiologia, quest’ultime anche non troppo aggiornate per un libro la cui prima edizione risale al 2010.

La seconda critica riguarda la struttura dei capitoli che invece sono più utili: troppo nozionismo sterile e poche soluzioni.

Partiamo dal presupposto che sono d’accordo che ogni professionista che si rispetti, in qualunque ambito, sia soprattuto un problem solver. Quando però allora si rende veramente importante l’esperienza di professionisti già navigati se non nel momento in cui si deve trasferire a dei novizi?

Un esempio lampante è il capitolo che riguarda l’allenamento delle componenti aerobiche nel calcio. Salvo restando che un laureato in SM dovrebbe comunque sapere già come fare prima ancora che gli arrivi il vostro libro tra le mani, non era un attimo più utile magari elargire più che solo l’ultima mezza pagina in soluzioni?
La maggior parte del capitolo si sofferma nello spiegare come funzionano i sistemi fisiologici.

Il capitolo che riguarda l’allenamento della forza invece è, a mio parere, quasi radente la bro science.
Vengono date delle nozioni non concatenate con il resto del libro ( perché giustamente non parla un minimo di periodizzazione o realmente di allenamento ) che possono recare più danno che beneficio ad un professionista che si approccia alla preparazione calcistica per le prime volte.
Tra l’altro la trattazione che riguarda il “how to” per l’ipretrofia non è contestualizzata, ma si limita ad una piccola indicazione riguardo le sedute settimanali.

Il capitolo che riguarda la velocità presenta un sacco di definizioni della velocità, a mio avviso confusionarie, per poi limitarsi a qualche soluzione di allenamento a tappe, due test che sarebbero potuti benissimo essere inclusi nel capitolo dedicato ad essi e forse nient’altro a supporto di una delle componenti fondamentali di questo sport.

Si parla di momenti ad alto e a basso impiego. Cos’è l’impiego nel calcio se non il movimento a diverse velocità? Sarebbe stato opportuno specificarlo in modo che non restasse un concetto fisiologico magari per alcuni un po’ troppo distante dalla realtà pratica.

Per quanto riguarda l’allenamento nell’età evolutiva non voglio dilungarmi troppo, ma mi limiterà dicendo che è troppo settoriale.
A questo punto vorrei che si prendesse spunto da una nazione come il Canada che ha sviluppato un modello di sviluppo multisettoriale che ha garantito oltre ad uno sviluppo eterogeneo ( più indicato per soggetti in età evolutiva ) dei suoi piccoli atleti, un miglioramento sensibile nelle prestazioni a livello internazionale.

Sugli altri capitoli non ho niente da dire.
Mi sarei aspettato che il libro fosse un Capitolo 8 molto più approfondito e nel dettaglio, che rimane comunque molto buono.
Avrei evitato di aggiungere gli ultimi capitoli che riguardano le differenze di genere e il calcio a 5. Potrebbero entrambe meritare trattazioni in testi a parte a loro dedicati.

Senza entrare troppo nello specifico, il resto del libro non è né utile e né inutile.

Peace.

Ormoni tiroidei, metabolismo e gestione del peso corporeo

Ho già scritto alcuni articoli riguardo le diete killer che distruggono le aspettative di migliaia di persone.
Diete tremendamente ipocaloriche che vengono registrate il più delle volte, dal nostro organismo, quasi come il digiuno.

Il punto da esaminare è come la risposta dell’ipotalamo ( un organo che si trova alla base del cervello ) moduli la gestione del metabolismo in base alle nostre scelte.
L’ipotalamo è un po’ il centro regolatore del nostro organismo: gestisce  la maggior parte delle risposte di adattamento all’ambiente e alla nostra interazione con esso.
Il cibo è una di queste interazioni.

Per effettuare questi suoi controlli l’ipotalamo si serve di assi. Gli “assi” è un modo di chiamare gli organi al servizio dell’ipotalamo; ad esempio Ipotalamo-Ipofisi-Gonadi è un asse.
L’ipofisi è una ghiandola endocrina più piccola che si trova “sotto” all’ipotalamo.
L’asse che interessa a noi è l’Ipotalamo-Ipofisi-Tiroide.

La tiroide è strettamente connessa al nostro metabolismo. Però evitando di elencare tutte le varie interconnessioni, meccanismi di feedback e implicazioni, passiamo subito a dire che più è attiva la tiroide e più avremo un alto metabolismo a riposo e più è dormiente, più avremo un basso metabolismo a riposo.

Ci sono alcuni fattori fondamentali che influiscono sulla tiroide e la sua funzione, che possono essere annoverati tra gli errori che commettono le persone più di frequente:

1- Severo deficit calorico: abbassare troppo l’introito calorico riduce la capacità dell’organismo di sfruttare e produrre rispettivamente l’ormone T4 e l’ormone T3;  questo influisce negativamente sull’utilizzo di energia specialmente a livello del tessuto muscolare.

2- Elevato consumo di grassi: quando i grassi in una dieta si avvicinano, in percentuale, al 30-40% dell’apporto calorico totale, l’effetto dell’ormone T3 viene attenuato di molto, così come la sua produzione; inoltre l’ormone T4 viene maggiormente trasformato in rT3 ( forma inattiva ); tutto ciò influsce negativamente sia sul metabolismo, sia sulla sensitività insulinica a livello del muscolo scheletrico.

3- Ridotto consumo di carboidrati, anche in favore degli altri due macronutrienti: ridurre troppo il consumo di carboidrati, sia isocaloricamente che ipocaloricamente, riduce l’attività della tiroide.
Spiegazione:
Isocaloricamente – Se riduciamo il consumo di carboidrati, anche senza deficit calorico, ma andando in pari (iso-), allora significa che compenseremo con gli altri due macro ( proteine e grassi ); questo è sfavorevole al metabolismo ( molto più se i grassi sono in rapporto più alto.
Ipocaloricamente – Se riduciamo le calorie totali che introduciamo e per farlo togliamo i carboidrati, allora alla lunga sarà sfavorevole al nostro metabolismo.

Quindi, date queste premesse, molte diete possono risultare utili nel breve-medio periodo, ma assolutamente deleterie se protratte a lungo termine e specialmente se non si sa come agire subito dopo queste diete.

Il problema è che molte di queste diete soddisfano il bisogno di vedere risultati veloci delle persone, ironicamente però andando a fare il gioco di chi le somministra; essendo diete estremamente restrittive sono difficili, se non impossibili ( e aggiungerei inutili ) da mantenere nel lungo termine e quindi prima o poi verranno abbandonate.
Il ritorno a vecchie abitudini alimentari predisporrà a guadagnare di nuovo il peso perso e quindi ad entrare in un circolo vizioso che spiana la strada a disordini alimentari e disturbi d’immagine.

Vi lascio con il link ad un articolo un po’ più complesso sul come e perché le diete veloci e con grossi deficit calorici fanno più danno che bene:

Diete veloci: perché fanno male

Inoltre ho intenzione di scrivere un articolo sul come aumentare il metabolismo basale tramite un approccio alimentare e come sfruttarlo per la perdita di peso.
Fino ad allora

Peace.

Forza esplosiva: esiste o no?

La risposta a questa domanda è un po’ diversa dal semplice “esiste” o “non esiste”.

Si parte innanzitutto dalla fisica classica, dove la forza è una grandezza vettoriale di interazione tra due o più corpi.

Quando si parla di forza intesa come forza muscolare, allora la questione è un po’ diversa.

In questo caso è la capacità della struttura muscoloscheletrica di vincere un carico esterno, tramite un sistema a leve ( muscolo, tendine, articolazione ); oppure può essere definita come la capacità di generare tensione.

Sono tutte definizioni giuste. Credetemi potrei tirarne fuori altre dieci almeno. Dipende da quale prospettiva e quale spettro disciplinare si osserva la questione.

E’ proprio qui che ci viene in soccorso la scienza, per chiarire i dubbi che attanagliano il genere umano dall’alba dei tempi.

Nel mondo dello sport, forza esplosiva è un termine altamente utilizzato. Questo in concomitanza con il più vecchio forza veloce, oppure con il più scientifico potenza.

La verità è che generalmente, chi ne capisce qualcosa, sa intercambiare i vari termini per adattarsi alla semantica della discussione che sta tenendo ( quindi agli ascoltatori ) e sa anche scientificamente a cosa si sta riferendo.
Vediamo intanto a cosa si riferiscono questi tre termini ( la triade ).

La prima disciplina a venirci in soccorso è l’anatomia:
– Anatomicamente, senza entrare nel dettaglio dei fenotipi di MhC, possiamo facilmente spiegare che la triade si riferisce alla capacità delle fibre di stampo IIa e IIx di contrarsi; questa tipologia di fibre sono più grosse e meno vascolarizzate delle cugine di tipo I, invece più atte a subire stimoli a basse frequenze ripetuti nel tempo.

Visto che abbiamo parlato di frequenza, passiamo ad uno spettro diverso e quindi rifacciamoci alla fisiologia:

– In fisiologia, la triade viene trattata dal punto di vista degli Action Potential, ovvero dei potenziali di azione; i potenziali di azione delle diverse fibre muscolari sono a valori clusterizzati e sono uno dei discriminanti che nel corso della storia del progresso scientifico in questo campo hanno permesso di identificare diverse fibre muscolari; infatti noteremo che il resting potential di membrana e il threshold di attivazione sono di valori differenti per le fibre di tipo IIa e IIx ( in linea con il Principio di Henneman ).
– Inoltre, c’è una differenza in tutto ciò che riguarda l’eccitabilità di membrana che porta a questo risultato ( clusterizzazione della tipologia di Action potential ): le fibre hanno diverso numero di rapporto tra canali del Cloro e canali del Potassio e del Sodio; un diversa quantità di AcH nella giuntura  neuromuscolare e una diversità nelle concentrazioni di calcio nel citoplasma. ( Ovviamente non entreremo del dettaglio di tutto ciò ).
Per fare un esempio veloce, le fibre di tipo IIa e quelle di tipo IIx di più, hanno un numero superiore di canali del cloro ( Chloride Channels ), che in rapporto ai canali Na/K+ modifica la conduttanza della membrana in modo da richiedere una corrente maggiore per innescare un Action Potential.
– Per terminare con la fisiologia, vi mostro alcuni grafici presi da uno studio molto importante sulla clusterizzazione delle tipologie di fibre muscolari:

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Notare come la concentrazione del calcio sia generalmente superiore e decada prima nelle fibre di tipo “veloce” ( Gruppo 3 e 4 ) [ Adapted from Calderon et al 2010 ]


Rimane ancora il dubbio del sistema energetico, quindi il fattore tempo è ancora poco chiaro e abbastanza etereo e “sulla carta” come discorso.

A questo punto è la biochimica a venirci in soccorso:

Questa tipologia di contrazioni, specialmente in tempi brevi  (0-10s), utilizza prima di tutto i fosfati per poi fare affidamento sulla glicolisi e generando ( nella cronicizzazione che riguarda Resistance Training ed allenamento ad alta intensità come l’HIIT ) debito di ossigeno.
In ogni caso si parla di lavoro diretto in assenza di ossigeno.
Quindi ci siamo tolti un altro sassolino dalla scarpa.

Tenendo conto di tutto quello che abbiamo detto, veniamo a dedurre che il muscolo ha la capacità di generare una forza e/o potenza ( dipende quale tipo di misurazione facciamo ) massima. Questa poi decresce se la durata dello sforzo viene prolungata e si modificano tutti i vari spettri disciplinari di cui abbiamo fatto accenno.

Quindi la triade si riferisce più che altro si alla massima potenza, forza, quantità di energia cinetica, di cui è capace il muscolo, ma anche al minimo tempo possibile in cui esprimerla.

Cosa comporta questo?
Innanzitutto c’è una differenza di traduzione dell’abilità condizionale a-specifica o semi-specifica, la forza, in skill.

Premesso che esprimere la tensione massima, muscolarmente, che avvenga contro sovraccarico o che avvenga senza sovraccarico genera fisiologicamente e biochimicamente le stesse risposte. Il problema è cosa siamo allenati a fare.

Molti studi hanno dimostrato come migliorare la forza può tradursi in miglioramenti in gesti che richiedono contrazioni massimali senza sovraccarico.

Altri studi dimostrano che per allenare la componente della rapidità neuromuscolare si può lavorare specificamente al gesto con carichi del 20%-35% BW, cosa invece impossibile con gli stessi carichi usati nell’a-specificità ( generalmente superiori al BW ).

I termini forza esplosiva e forza veloce sono appunto solo termini che generano solo un sacco di confusione.

Sarebbe più corretto dire “usare la forza esplosivamente” o “usare la forza in modo veloce” che far sembrare le due cose delle componenti scientifiche a sé, magari anche distaccate dal concetto fondamentale di forza.

Tuttavia il mondo scientifico e della teoria dell’allenamento ha nel dizionario questi termini, da cui non si può prescindere se ci si vuole avvicinare anche a determinati metodi di allenamento.

Achille e la tartaruga? No, Ronaldo e il ghepardo.

E’ da un po’ di tempo che gira online questa fantomatica idea secondo la quale Ronaldo sarebbe in grado di generare una potenza di X volte superiore a quella di un Ghepardo; i più precisi riescono addirittura a includere nella versione della favola la corretta unità di misura: la forza G.

Partiamo prima con il descrivere questa misteriosa forza G.

La forza G è un indice, se così possiamo chiamarlo, che serve a misurare le forze che agiscono sull’inerzia ( stato di moto ) di un corpo nella nostra realtà. Questo indice viene espresso in multipli della forza-peso ( forza di gravità ).

Tuttavia si tratta di una grandezza vettoriale, ma più che altro di un’accelerazione.

Il discorso principale nasce dal paragone tra l’alteta e la sua risultante G durante il balzo e quella di un ghepardo in “full flow” quindi durante la velocità di punta.

La dichiarazione è che Ronaldo, durante il salto, si trova (e non “sprigiona”) a 5G, mentre un ghepardo in piena corsa a solo 1G.

Il fraintendimento sta proprio in quel “sprigiona”. Infatti la forza G è una grandezza fisica vettoriale, come ho già spiegato, e quindi non ha niente a che vedere con lo “sprigionare”.

Il punto fondamentale è proprio qui.

E’ assolutamente vero che il ghepardo, durante la corsa, ha come componente di forza G un bel 1 ( che probabilmente non è pieno, ma si aggira attorno a quel valore per decimali trascurabili ); il risultato è che però, il ghepardo è un corpo che una volta raggiunta la velocità di punta smette di accelerare e l’unico vincolo di resistenza che deve opporre è quello della forza di gravità ( ecco perché, essendo questa forza poi non considerata nel calcolo della forza G, il valore è 1 e non 0 come negli oggetti in caduta libera ).

Questo discorso della forza di gravità non considerata, ma che comunque influenza il computo della forza G può essere confusionario.

Il ghepardo, per farla breve, non ha nessun vettore di accelerazione ( anti-gravitario a parte ) anche se si sta muovendo a 29 m/s.

Questo significa che non c’è alcuna differenza per quanto riguarda la forza G tra un comunissimo barattolo di cetrioli che avete in cucina e un ghepardo che corre a 29 m/s costanti.

Il valore di 5G dato a Ronaldo è derivato da una semplice formula che tiene conto di alcune cose:

– La massa del corpo di Ronaldo, totale;
– Distanza percorsa dal corpo, quindi l’altezza dello stacco da terra;
– Tempo impiegato per percorrere quella distanza;

Una volta fatto ciò si ha un valore vettoriale, scalare e una dimensione nel tempo che è 5G fino a quando Ronaldo non inizia a cadere verso terra.

Quindi non c’è alcun paragone reale tra Ronaldo e il nostro simpatico amico ghepardo.
Sono state ignorate le grandezze fisiche che realmente avrebbero potuto dirci qualcosa riguardo un’eventuale differenza.

Per esempio la potenza in Watt generata dal salto di Ronaldo, molto semplice da calcolare con una qualsiasi pedana di forza o derivabile tramite formule matematiche.

Il ghepardo non è un animale costruito per il salto, e sarebbe stupido paragonare un umano ad un felino adattato per accelerazioni spaventose di circa 3 m/s^2; senza tralasciare il fatto che bisognerebbe normalizzare la potenza sprigionata alla massa corporea ed un ghepardo adulto pesa 35kg, meno della metà di Ronaldo; questo significa che chilo per chilo la potenza sprigionata dal ghepardo è superiore a meno che l’atleta non riesca a raggiungere 6 m/s^2 di accelerazione.

Senza togliere nulla a Ronaldo, che è un professionista pazzesco per l’etica del lavoro che possiede, esistono animali che riescono a sprigionare potenze normalizzate al loro peso che sono impressionanti.

Sarebbe molto facile fare il paragone ad esempio, tra un umano e una formica in termini di confronto diretto, ma il vero confronto è normalizzare la forza sprigionata per peso corporeo.
Lì purtroppo gli umani perdono su ogni fronte.

Ribadiamo.
Il confronto tra lo stacco da terra di Ronaldo e il ghepardo in corsa basato sulla forza G è assolutamente insensato e non indica un bel niente.

Gli animali sono più cazzuti di noi.

Peace.